Roberto Lorenzini in ricordo di Gianni

Fino ad un anno fa Gianni, anche per i dieci anni di differenza non era un collega, Lui era per me l’inarrivabile prof. Liotti, la psicoterapia che si fa verbo. E quando si faceva verbo non scherzava e dopo un po’ tutti restavamo con gli occhi roteanti come Mowgly incantato da Ka. Lui lo sapeva l’effetto estatico che produceva e non stava mai zitto ( e poi se la gente sa e la gente lo sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare). Ricordavo di lui l’esame che mi fece  nel 1982 per diventare psicoterapeuta dove tra il nome della paziente e il 30 e lode finale parlò un’ora di attaccamento senza che io aprissi bocca, o quando scendevamo assonnati e stropicciati la mattina alle 5,25 alla stazione di Verona per andare a far lezione da Franco Baldini con cui mi piace immaginare stiano ora discutendo, ed io esitavo a chiedergli che ore fossero temendo di beccarmi una dotta delucidazione sul concetto di tempo nella tradizione giudaico cristiana. Non ho mai avuto il coraggio di avvicinarmi troppo a lui temendo l’effetto “roveto ardente” e invece ho insistito perché la mia prima moglie e anche l’attuale Brunella Coratti facessero il corso con lui che era indubbiamente il migliore. Mi colpì molto che venisse a trovarmi quando ero ricoverato nel reparto del Santa Lucia che avrebbe ospitato anche lui undici anni dopo e che formulasse una spiegazione in termini di sistemi motivazionali dei miei disagi con il personale assistenziale che poi gli ho rubato elaborandoci su una microteoria sul come il terapeuta frustrato rischi di diventare iatrogeno e persecutorio.

Gianni invece l’ho conosciuto proprio in quest’ultimo anno ed è nata una complicità da vecchi reduci della stessa battaglia che mi ha fatto rimpiangere di non averlo incontrato prima per la sua incredibile capacità di sincero interesse verso le vicende altrui sebbene ne stesse lui vivendo una molto impegnativa. Una reciproca confessione implicante anche Bowlby che ci siamo fatti un pomeriggio d’estate al santa Lucia la porterò per sempre con me e mi è di grande conforto quando mi sembra di essere un pessimissimo terapeuta. L’ho rivelata soltanto a Brunella e a pochissimi allievi intimi e ansiosi che ne hanno tratto grande sollievo. Dalla diagnosi che ci ha fatto Sandra con la frase lapidaria di “bella coppia di narcisisti” è nata l’idea di preparare un lavoro per Verona il cui titolo potrebbe essere “Narciso pride”. Non so cosa decideranno ora gli organizzatori. Invece varrebbe la pena raccogliere le conferenze che Gianni faceva regolarmente dal letto del Santa Lucia a chi lo andava a trovare partendo dagli spunti più banali e spaziando su tutto con pure annotazioni bibliografiche. Se ognuno riportasse quanto ricorda della conferenza che si è beccato potremmo farne un libretto a cura di Sandra dal titolo “conferenze lettereccie” oppure “zitto mai eh!”

Ciao Gianni, a presto

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